La pagina bianca della soggettività

Un essere umano quando nasce non è nulla se non una pagina bianca da riempire, l’unico animale che viene al mondo con un cervello ancora da formare, ci puoi scrivere quello che ti pare, puoi farne un pacato intellettuale o una spietata macchina da guerra, creare una mente critica o sfornare un merlo che ripete i suoni che lo circondano ignorandone il significato. Abbiamo deciso di chiamare questo procedimento “educazione”, per un genitore equivale ad un tentativo di replicare se stesso all’interno del figlio, per le istituzioni può trasformarsi addirittura in un interesse.

Per questo mi chiedo spesso dove cominci e finisca la soggettività, quali siano i suoi confini reali e quali invece siano frutto dell’educazione che abbiamo ricevuto. Sarà soggettivo tradurre il bisogno di risposte che chiamiamo spiritualità in dei immaginari e usanze irrazionali? Sarà soggettivo imbrigliare il bisogno di organizzazione e socialità della nostra specie in un azienda a conduzione privata chiamata “stato”? Non lo so, sono confuso, l’unica cosa oggettiva è che in ogni epoca storica il “comune pensare” si è sempre dimostrato spazzatura per la scienza, oggettivamente non sarà questo secolo a fare eccezione.

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